Charles Frèger











Prendendo le distanze dalla ritrattistica come l’aveva praticata fino ad allora: dopo l’uniforme, in connessione con la comunità, si è rivolto al costume come veicolo per incarnazioni di un divenire-animale, vegetale. Dal 2010, ha dedicato quattro libri alle mascherate: Wilder Mann, dedicato al continente europeo (2010-), Yokainoshima (2013-2015), ambientato nell’arcipelago giapponese, Cimarron (2014-2018) ancorato nei territori delle Americhe e infine Aam Aastha (2019-2022), in India.
Parallelamente, dal 2015, esplora un’altra strada, attraverso la fotografia in silhouette. Prende come soggetto le figure di una cultura visiva comune. Tra queste, Giovanna d’Arco e la sua epopea. Essenzializzando la figura nei suoi contorni, il soggetto diventa l’immagine e la sua fortuna storica: non più la figura di Giovanna, ma le sue rappresentazioni, i suoi “usi”. Il lavoro si nutre di ricerca iconografica, mescolando deliberatamente l’erudito e il popolare, fondendo il medievale e il XXI secolo.
Charles Fréger, nato nel 1975, vive in Normandia, Francia. Negli ultimi anni ha esposto al Musée d’histoire de Nantes, al Musée des confluences (Lione), alla Fondazione Armani (Milano) e ai Rencontres d’Arles. Nel 2023 sono stati pubblicati tre libri: Aam Aastha, Incarnations et divinités en Inde (Thames & Hudson/Actes Sud/ Seigensha); La Suite basca (L’Artière); Ricordi d’Alsazia (Musées de Strasburgo).
Negli ultimi vent’anni circa, Charles Fréger ha sviluppato un corpus di opere denso e singolare, con ambizioni quasi enciclopediche. L’ampio corpus di fotografie che ha accumulato dal 1999 testimonia la sua insaziabile ricerca: entrare nelle comunità, siano esse sportive, militari, festive o scolastiche, per considerare gli individui che le compongono, per individuare i legami, i rituali e le forme che le uniscono. In ognuno di questi ambiti, Charles Fréger si concentra sul corpo e sull’abbigliamento come territori ambivalenti. Lì, quindi, risiede l’immagine che cerca. A lungo riunita sotto il titolo generico di “Ritratti fotografici e uniformi”, l’opera si è inizialmente rivelata erede di una certa tradizione nordica. Arricchita da performance e video, si è evoluta, raggiungendo infine una dimensione fondamentalmente teatrale.