Giulia Parlato











Il lavoro di Giulia è stato esposto a livello nazionale e internazionale in mostre collettive e personali, tra cui Palazzo Esposizioni (Roma, 2025), Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma (2025) e Londra (2024), MAXXI (Roma, 2024), Triennale (Milano, 2023), Have a Butchers (Londra, 2022), Athens Photo Festival (Grecia, 2024) e Photo Fringe (Brighton, 2020). Ha ricevuto il Premio Luigi Ghirri (2022), l’Innovate Grant (2020), il Camera Work Award (2020) e il Carte Blanche Étudiants Award (2019).È stata candidata al C/O Berlin Talent (2023), al Foam Paul Huf Award (2023) ed è stata finalista al Grand PritImages Vevey (2025/2026). Le sue opere sono presenti in collezioni pubbliche e private, tra cui il Brooklyn Museum, Donata Pizzi, la Biblioteca Panizzi e Pier Luigi Gibelli.
11 maggio – 29 giugno 2024
Giulia Parlato. Pathosformeln nell’Archeologia del Possibile – Saggio di Mauro Zanchi
Una teca museale vuota. È un simulacro silenzioso in uno spazio di assenze. Da molto tempo nessuno vi ha collocato alcunché. La polvere si è impadronita dei ripiani. In precedenza, vi si esponevano reperti storici, frammenti archeologici o resti, collocati in uno spazio museale per servire da strumenti di memoria, testimonianze utili per decifrare messaggi riemersi, frammenti di una civiltà scomparsa a cui abbiamo attribuito un certo valore per secoli. La teca vuota è documentata da una fotografia in bianco e nero di grande formato. Si tratta di un doppio passaggio, una documentazione di un’altra documentazione, come se l’invenzione della fotografia e il suo sviluppo in ambito scientifico fossero strettamente legati all’archeologia moderna. Quanti falsi reperti hanno occupato per decenni gli scaffali delle teche museali, e li abbiamo ritenuti autentici solo perché si trovavano in luoghi certificati da scienziati e studiosi? E quante volte abbiamo creduto in qualcosa presente in fotografie documentarie, solo per vederla poi smentita da studi più accurati e testimonianze affidabili? E quante volte siamo stati affascinati da fotografie di artisti costruite su verità inventate?
Giulia Parlato è consapevole che la fotografia non è mai uno strumento neutro, ma è nella maggior parte dei casi mediata dal punto di vista di chi realizza l’opera. In questo senso, si pone come mediatrice tra passato e presente, invitandoci a riflettere su come interpretiamo e costruiamo la nostra memoria collettiva. Il progetto Diachronicles (2019–2022) si inserisce in una linea di ricerca che affonda le sue radici nel lavoro magistrale di Aby Warburg e nel suo Bilderatlas Mnemosyne (1927–1929), che raccoglieva temi e studi iconografici e iconologici condotti nell’arco di un’intera vita, immagini di epoche e culture diverse per sondare connessioni simboliche e storiche. Parlato utilizza le immagini come strumenti per esplorare la complessità della memoria e le molteplici interpretazioni del passato. Tuttavia, l’artista opera in un contesto profondamente mutato, segnato dall’esplosione delle immagini digitali e dalla messa in discussione della stessa nozione di verità. Ci invita a riflettere sul ruolo della fotografia nella nostra società, in un mondo saturo di immagini, dove è più che mai importante essere consapevoli dei limiti di questo mezzo e sviluppare un pensiero critico che ci permetta di discernere tra verità e inganno. Il lavoro di Parlato rappresenta un contributo prezioso a questo dibattito e ci incoraggia a guardare al passato con uno sguardo più vigile e un atteggiamento aperto.
In relazione alla complessità del mondo, siamo indotti a sondare la materia che costituisce la realtà nei suoi molteplici aspetti e a scavare nel suo sottosuolo, come se fossimo archeologi nel divenire della storia. Nel tempo, abbiamo utilizzato il mezzo fotografico per cercare di comprendere più a fondo ciò che i nostri occhi da soli non riescono ad afferrare quando sono concentrati su un singolo aspetto o solo su una porzione del mondo. Ma spesso è accaduto che le immagini restituite dalla fotografia documentaria fossero proiezioni o reinterpretazioni di chi utilizzava il dispositivo tecnologico, se non addirittura falsi storici. L’atto fotografico può essere soggettivo e limitante. Dunque, cosa mostrano davvero le fotografie, e cosa si cela dietro al concetto di verità? Quali insidie e effetti collaterali si celano nei tentativi di ricostruzione oggettiva della storia? In un periodo in cui si assiste alla perdita della memoria individuale e alla creazione di immagini attraverso comandi – dove l’immagine ottenuta tramite AI è determinata da comandi scritti, e quindi dal linguaggio delle parole, non più soltanto attraverso l’archivio fotografico presente in rete – Diachronicles si costruisce come un archivio fotografico di tracce visive, dove sembra che le immagini invitino a risolvere un mistero o a ricostruire una storia, anche se tutto ciò che viene mostrato è in realtà un progetto sul falso, volto a focalizzare l’attenzione sui preconcetti della storia occidentale.
Giulia Parlato crea un parallelo e un legame semantico tra lo scavo archeologico e la fotografia, in cui entrambi cercano indizi, prove, elementi, tracce, di qualcosa che è indice del tempo, della storia che dipana i suoi momenti e i suoi eventi, tra ciò che è già accaduto e qualcosa che appartiene all’indagine successiva all’accadimento di un fatto, nel rapporto tra ciò che è scientificamente provato e ciò che è supposto, tra tutto ciò che non è ancora conosciuto in modo esaustivo e il campo aperto delle ipotesi e delle congetture creative. Partendo dalla fotografia, intesa al contempo come mezzo per documentare la Storia ma anche per costruire interpretazioni di archeologie possibili, spesso fantastiche, l’artista siciliana innesca riflessioni sul concetto di realtà e di dubbio per mettere alla prova la fragile percezione di chiunque si trovi davanti all’immagine.
Le fotografie in bianco e nero di Parlato presentano oggetti e contesti archeologici in modo volutamente ambiguo e frammentario. Questa scelta stilistica riflette la natura effimera della memoria e la difficoltà di ricostruire un passato che probabilmente è perduto per sempre, almeno nella sua esattezza storica. L’artista ci invita a riflettere in maniera più critica sul ruolo della fotografia come strumento di documentazione e sulla sua intrinseca soggettività. Ci sono oggetti ingannevoli e narrazioni instabili, per rendere visibile il mettere in discussione la verità storica. Diachronicles include immagini di falsi storici e oggetti dalla dubbia autenticità, copie e riproduzioni conservate nei musei di Palermo o nel British Museum, falsi che i direttori avevano acquistato credendo fossero opere autentiche, solo per scoprire in seguito che non lo erano.
Nel corso della storia, i reperti archeologici sono stati soggetti a molteplici letture ed errori di interpretazione, e gli studiosi non possono conoscere appieno quei frammenti del passato che desiderano ricostruire. Molti anelli della catena non reggono e sono congetture, reinterpretazioni ipotetiche, riflessi parziali in assenza di dati certi. Quale responsabilità ha chi testimonia il reale attraverso il mezzo fotografico, nella Storia che deve essere continuamente indagata nelle sue falsificazioni, omissioni e ricostruzioni?
Parlato sottolinea la fragilità della nostra conoscenza del passato e la facilità con cui le immagini possono essere manipolate per creare narrazioni ingannevoli. Con questa consapevolezza, si affianca ad altri autori contemporanei che hanno costruito narrazioni dettagliate o realtà plausibili per mettere in discussione la presunta verità della fotografia, come Thomas Demand, Jeff Wall, Gregory Crewdson, Joan Fontcuberta, Ziyah Gafic, Hans Op de Beeck, Sonja Braas, Moira Ricci, Miles Coolidge, Sarah Pickering.
Quali dinamiche interpretative abbiamo messo in atto attraverso fotografie che contenevano immagini congelate nel passato, poi entrate nei nostri cervelli e nella memoria collettiva, immagini false o raffiguranti cose che non sono accadute esattamente nel modo in cui i vincitori del XIX, XX e XXI secolo volevano tramandare? Le fotografie di Parlato documentano il confine tra qualcosa che è realmente accaduto e qualcos’altro che appartiene alla finzione e al falso, tra una verità credibile e la simulazione. Quando rivolgiamo lo sguardo verso casse di legno e altri strumenti abbandonati nei pressi di siti archeologici non specificati, verso un diorama zoologico o falsi reperti archeologici o basi di colonne scomparse, ci chiediamo a quali collezioni museali o raccolte scientifiche alludano quegli scatti, riconoscendovi al tempo stesso una certa verosimiglianza e la sensazione di trovarci davanti a una simulazione, accuratamente costruita per far brillare questo dubbio – come pepite d’oro vivificate dalla luce del sole – nel museo della nostra immaginazione.
Mauro Zanchi